Quando il nostro aereo inizia la sua discesa verso l’aeroporto di Grozny, sorvoliamo quelle stesse montagne da dove, nei due decenni appena trascorsi, partivano gli attacchi della guerriglia separatista e dove si scagliavano gli intensi bombardamenti dell’aviazione di Mosca. Quello dove stiamo per atterrare oggi però, è un posto molto diverso rispetto ad allora. E constatiamo, non senza sorpresa, che Grozny è una città che sembra aver davvero voltato pagina.
Dopo la battaglia di Grozny, negli anni 1999-2000, le Nazioni Unite definirono la capitale cecena come la città più devastata al mondo. Oggi la situazione è radicalmente cambiata. Grattacieli, moschee, ristoranti e centri commerciali hanno preso il posto dei palazzi sventrati dalle bombe, resi celebri dai reporter che fotografarono l’orrore delle due guerre russo-cecene. Grozny è una città in costruzione. Le donne con i tacchi alti, le pellicce, il velo e le borse alla moda occidentale camminano per le strade ordinate contornate da palazzi costruiti da qualche anno appena. Se ci si sposta in periferia, le strade sono meno ordinate, ma si incontrano ugualmente gli scheletri delle nuove abitazioni che testimoniano la volontà di costruire una nuova esistenza, normale, e vicina agli standard di vita del resto della Federazione Russa.
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Le persone hanno l’aria felice e tutti sono curiosi. Vogliono sapere da dove veniamo, se siamo corrispondenti o turisti, perché, ci dicono, che dalle grandi città della Russia ora iniziano ad arrivare in tanti, per visitare Grozny. Nei taxi, nei bar, nei ristoranti tutti ci tempestano di domande, vogliono essere intervistati, ci dicono che sognano di viaggiare anche loro un giorno, magari di visitare l’Italia. Tutti ci dicono che la guerra era un incubo e che ora invece è tutto diverso e che in Cecenia, oggi si vive bene. Certo, “i problemi sono ovunque”, come ci dice un tassista, ma la verità, come continua lui stesso poco dopo, è che alla gente comune le cose stanno bene così come stanno, perché quello che le persone vogliono più di ogni altra cosa oggi sono la pace e la tranquillità. Anche se per assicurarle ci vuole il pugno di ferro. Quello di Kadyrov, l’uomo forte di Putin, che in Cecenia ha messo a tacere i separatisti e che oggi cerca di arginare la minaccia del fondamentalismo islamico legato all’Isis in un territorio a maggioranza musulmano.
Il leader quarantenne ceceno, che in queste settimane è stato al centro delle polemiche per le sue affermazioni contro l’opposizione liberale, è infatti amatissimo tra giovani e meno giovani. Incontriamo alcuni bambini che l’immagine del leader ce l’hanno addirittura come sfondo sul cellulare. Gli chiediamo perché, e loro ci rispondono che lo considerano come un secondo papà. Attraverso il suo popolarissimo canale Instagram, infatti, seguito da 1,6 milioni di persone, il leader “educa” e indirizza il suo popolo mostrando ogni istante della sua quotidianità. Si fa ritrarre tra i bambini e con i campioni di Mma, agli incontri ufficiali, mentre fa sport, in vacanza, e, soprattutto mentre prega, da buon musulmano.
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In Cecenia, infatti, l’Islam sunnita si è diffuso tra la popolazione sin dai tempi dell’impero ottomano, attraverso il canato di Crimea, e si è sviluppato nella variante del murisdismo, un ramo del sufismo diffusosi nel Caucaso. Sebbene l’Islam in Cecenia sia per tradizione moderato, non per questo il Paese può dirsi al riparo dalla minaccia del radicalismo islamico, anzi. Pochi giorni fa, infatti, il ministro degli Esteri russo Lavrov aveva denunciato che lo Stato Islamico utilizza campi di addestramento nella Gola di Pankis, in Georgia, al confine proprio con la Cecenia, e a metà dicembre nel vicino Daghestan, l’Isis aveva rivendicato la sparatoria contro un gruppo di turisti in cui perse la vita un uomo delle forze di sicurezza russe. Molti giovani ceceni, inoltre, continuano ad essere attratti dalla propaganda degli uomini del Califfato.
Per questo motivo, è Kadyrov stesso a mettersi in gioco in prima persona, dando l’esempio ai giovani e ai neo convertiti, quelli che sono più soggetti alla propaganda jihadista, su come dovrebbe comportarsi un vero musulmano. L’azione “pedagogica” del leader ceceno viaggia su Instagram, o viene attuata con iniziative che coinvolgono direttamente la popolazione. Quella che viene denunciata da alcuni come “islamizzazione forzata”, in realtà non è altro, quindi, che parte della strategia messa in atto dal governo per contenere il diffondersi del fondamentalismo islamico tra la popolazione. Fondamentalismo che, qui in Cecenia, è, inoltre, legato a doppio filo alle rivendicazioni separatiste. E Mosca, che fino al 2011, data dell’attentato all’aeroporto Domodedovo, ha lottato duramente per reprimere la guerriglia interna legata al separatismo ceceno e al terrorismo islamico, non vuole che la propria sicurezza venga nuovamente minacciata sulla scia della guerra in Siria e in Iraq.
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Sicurezza e stabilità in una regione strategica come quella del Caucaso dunque, valgono le critiche dell’opposizione liberale e dei media filo-occidentali e valgono pure i finanziamenti che continuano ad essere versati, come accusa l’opposizione, nonostante il Cremlino sia in regime di spending-review, e con i quali vengono assicurati posti di lavoro e un certo grado di benessere alla popolazione. Il “metodo Kadyrov” quindi serve anche ad evitare le ipotesi più estreme come quella della creazione di un Califfato all’interno dei confini della Federazione Russa.
C’è quindi da scommettere che saranno le stesse direttrici, sicurezza e stabilità interna, a guidare il Cremlino nella scelta della nomina del presidente facente funzione in Cecenia alla scadenza del mandato di Kadyrov il prossimo aprile, e in quella delle candidature in vista delle elezioni per il rinnovo della Duma di Stato, previste per il 18 settembre prossimo, che coincidono, dal 2012, con il rinnovo della presidenza della Repubblica cecena.